L’eccezione per un purosangue di ritorno

Ogni anno ormai puntualmente a quest’epoca si apre il dibattito sull’opportunità o meno di riavere Zlatan Ibrahimovic nella rosa del Milan. E puntualmente cominciano a crearsi le fazioni tra chi sostiene aprioristicamente il ritorno dello svedese e chi, al contrario, ne intravede più i rischi che i benefici. Lo stesso dibattito evidentemente si consuma ai piani alti di Casa Milan, dove sembra che lo scorso gennaio stopparono il ritorno di Ibra, facendo inferocire Rino Gattuso, e dove oggi il partito favorevole al ritorno riscuota consensi, supportato da quella sbandierata “necessità di esperienza” che più volte riecheggia prima, durante e dopo le gare del Diavolo.

La storia degli ultimi trent’anni del Milan è piena di “minestre riscaldate”. Nella maggior parte dei casi il ricordo della prima esperienza è sempre più positivo di quello della seconda. Arrigo Sacchi, ad esempio, tornò a sedersi sulla panchina rossonera nel dicembre 1996, inanellando un’eliminazione dalla Champions League per mano dei norvegesi del Rosenborg: quella parentesi, dopo i fasti di fine anni ’80, resta in archivio come una delle pagine più nere del Milan berlusconiano. Andò male anche a Fabio Capello, la stagione successiva: fuori dalle coppe in campionato e sconfitto dalla Lazio nella doppia finale di Coppa Italia. Per quanto riguarda i calciatori, l’esempio più recente ci porta a Ricardo Kakà, tornato nell’estate 2013 sulle note di “Amici Mai” (canzone preferita di Adriano Galliani): una stagione piuttosto sbiadita, soprattutto se paragonata al campione brasiliano ammirato e incensato tra il 2003 e il 2009.

Ibra tornerebbe in rossonero sette anni e mezzo dopo la cessione al Paris Saint Germain. In questi anni ha accumulato esperienza anche in Premier League (parentesi più sfortunata al Manchester United soprattutto per i rapporti con José Mourinho), mantenendo intatta anche negli Stati Uniti la qualità eccelsa delle sue giocate e sfoderando una condizione fisica quasi sempre al top. La carta d’identità parla chiaro: 38 anni suonati, con tanta voglia di poter dire ancora qualcosa. La Serie A, rispetto ad altri campionati europei, è meno “probante” e il tasso tecnico del Milan non potrebbe che beneficiare dell’innesto di Ibra. Non si pretenda, però, che lo svedese possa vincere in cinque mesi la classifica cannonieri e portare miracolosamente il Diavolo in Champions League recuperando terreno in diciotto gare del girone di ritorno. Tutto è possibile, per carità, ma l’eventuale incidenza di Ibra sarà più psicologica, soprattutto a Milanello prima ancora che a San Siro. Un lusso da un milione al mese. Si può fare? Anche chi non ama i cavalli di ritorno potrebbe strappare l’eccezione per un purosangue.